Tempi Moderni e il sogno di una tavola imbandita

Tempi Moderni, film di Charlie Chaplin del 1936, è per lo più conosciuto per aver rappresentato – in modo allusivo e trasparente – il riferimento diretto alla rivoluzione industriale come manovra alienante dell’essere umano. Tuttavia non è solo la messa in chiaro di una sorta di ribellione rispetto alle veloci dinamiche della modernità, ma anche e soprattutto un ben riuscito risultato dell’incongruenza fra l’essere umano e l’inafferrabile tecnologia del tempo.

Il film è ricco di riferimenti gastronomici. Uno di questi, probabilmente quello più semplice, è anche quello meno tradizionale. Si tratta del momento in cui viene presentata la macchina da nutrizione, marchingegno appena inventato che viene offerto agli operai della fabbrica allo scopo di standardizzare anche il momento della pausa pranzo. La macchina, costituita da una grande base rotante, comprende una scodella con dentro una minestra che si solleva ad intervalli regolari, scanditi da una mezzaluna che pulisce le labbra dell’impiegato, che subito dopo verrà imboccato anche per mangiare le polpette. Il personaggio di Charlot viene costretto a subire le azioni della macchina che, inceppandosi, inizia a rovesciargli addosso senza alcun ordine tutte le pietanze che avrebbe dovuto imboccargli una per volta. È una delle prime gag del film, in cui è chiaro l’assurdo e il ridicolo di un sistema organizzativo che costringe l’operaio a mangiare secondo un ordine e un modo ben definito. Ancor più chiaro è che Charlot non riesce a stare dentro logiche che annullano la sua libertà di movimento, questa volta per l’incapacità della macchina, altre volte per la sua estraneità ai ritmi della fabbrica e della vita moderna.

In Tempi Moderni compaiono altre sequenze narrative legate al cibo. Nel complesso, ciò che possiamo sicuramente dire, è che la questione del nutrimento è sempre un indicatore sociale dei due protagonisti. Infatti, sia il Vagabondo che la Monella vivono nella miseria e, per la verità, più che confrontarsi con la società, si scontrano con un sistema che non riesce a garantire loro felicità e benessere. Il modo in cui mangiano – nel vero senso del termine –  scandisce le azioni o gli avvenimenti con cui si trovano ad avere a che fare. La prima delle due vicende ad essere mostrata riguarda Charlot: ricoverato in ospedale per insanità mentale provocata dal lavoro in fabbrica, verrà accusato di dirigere un corteo di protesta e per questo arrestato. Proprio in prigione finirà per condire la sua zuppa con sostanze stupefacenti, che gli consentiranno di sventare un’evasione e di essere premiato con una liberazione inattesa. Pur essendo sempre tra gli ultimi, Chaplin assegna qui al suo personaggio la possibilità di un riscatto proprio grazie attraverso al consumo di un cibo. Tuttavia, un attimo dopo, lo riconsegna nell’ambito del ridicolo quando in compagnia della moglie del pastore, non riuscirà a digerire la bevanda che gli viene offerta e il suo stomaco inizierà a produrre rumori imbarazzanti.
Nel frattempo, la monella (ed è questa la seconda vicenda che poi si intreccerà con la prima) ruba un casco di banane lanciandone un paio a dei ragazzi per la strada e portando il resto alle sorelline e al padre disoccupato. Poco dopo, dopo la morte di quest’ultimo durante uno sciopero, la vedremo in giro per la città ed intenta a guardare una vetrina di una pasticceria. Subito dopo ruba un filoncino da un camion aperto e nella fuga si imbatte proprio con Charlot, sbattendogli addosso e cadendo sul marciapiede. Il cibo non è solo identificatore dei due destini, bensì un vero mezzo che sancisce l’incontro tra i due personaggi. Proprio in quel momento, tra l’altro, Charlot si prenderà la colpa del furto per difendere la ragazza, per poi essere liberato un attimo dopo quando una signora dirà la verità. È in quell’attimo che lui si infila dentro una caffetteria riempendo due vassoi di pietanze calde e fumanti, ma al termine del pasto non pagherà e verrà portato via dalla polizia. Il viaggio nel furgone gli è utile per incontrare di nuovo la ragazza che aveva prima difeso e con la quale si troverà poi a fantasticare sul proprio futuro.

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Immaginandosi in una vera casa, infatti, il Vagabondo e la Monella ci vengono mostrati in cucina. Lui, probabilmente di ritorno dal lavoro, viene accolto dalla ragazza, che ancora con il grembiule completa la cottura del pasto. Nel giardino di casa c’è anche una mucca dalla quale Charlot può avere del latte, e una pianta di vite dalla quale poter mangiare velocemente un paio di acini d’uva. Poi è il momento di sedersi a tavola e di pranzare, ponendo fine a tutti gli espedienti a cui la miseria li aveva costretti, godendosi finalmente un buon pasto in santa pace.

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Proprio per rincorrere quei sogni, Charlot trova lavoro in un magazzino di modo che possa arrivare a permettersi quella vita che ha appena sognato. Purtroppo, nemmeno quella soluzione sarà quella giusta per realizzare l’idillio di una vita insieme alla sua amata, e anche se la loro storia è appena sbocciata ci sarà ancora da attendere prima di avere una casa e una cucina accogliente. Il primo tentativo sarà quello di stabilirsi in una catapecchia fatiscente in cui la Monella, non dopo pochi sforzi, riuscirà ad allestire un pasto a base di pane e prosciutto. Una sorta di avanzamento sociale, se vogliamo, in cui il cibo si riconferma scansione della possibilità di riscatto e come sinonimo di un più vicino benessere economico. Ne è la conferma la lettura della notizia sul giornale sulla riapertura delle fabbriche, nuova opportunità per Charlot che è ancora senza lavoro e che con il suo panino ben nascosto tra i calzoni corre in città per guadagnarsi un impiego.

Anche in fabbrica il cibo è sempre presente. Il Vagabondo, infatti, dovrà dare da mangiare al suo capo reparto rimasto incastrato tra gli ingranaggi di un grande macchinario, generando nuove risate dato che finirà per usare un pollo arrosto come imbuto per dargli da bere. Ma non sarà quella l’ultima avventura vissuta da Charlot a contatto con il cibo: grazie alla Monella, troverà lavoro come cameriere in un ristorante in cui lei si esibisce come ballerina. La difficoltà di riuscire nell’impresa di servire adeguatamente ai tavoli diventa sinonimo dell’irraggiungibile status sociale tanto agognato. Folle danzanti e clienti pretenziosi si intromettono tra la buona volontà di Charlot ed una valida riuscita della serata, confermando la corrispondenza tra una difficile realizzazione lavorativa e l’illusionistica condizione sociale soltanto rincorsa ma mai ottenuta.

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Il cinema di quel tempo – e Tempi Moderni più di tanti altri – ci lascia la consapevolezza che la prospettiva alimentare può essere considerata specchio della realtà di quegli anni, in cui fame e poca abbondanza caratterizzavano la vita difficile di tante persone senza lavoro. Più che un film sui ritmi disumani della fabbrica si potrebbe dire che si tratti di un’opera sulla felicità: quella mancata, sottratta e rincorsa da chi, per la conversione ai macchinari, non ha più un posto di lavoro. Nel visionario racconto di Chaplin ritroviamo molti degli elementi del nostro quotidiano, ma tra tutti uno solo è quello che rivela lo stretto legame con l’epoca attuale. Si tratta della disparità tra il rischio di perdere il lavoro (o di non averne uno) e la tendenza ad esserne assorbiti completamente, perdendo la capacità di uscire dagli schemi per ricercare creatività, iniziativa o un altro ordine delle procedure. E di questo Tempi Moderni si fa carico anche attraverso la voce del cibo, che ritorna fedele in tutta la pellicola a ricordarci uno degli istinti irrinunciabili della vita umana, ma anche la difficoltà di approvvigionamento o il desiderio di avere una tavola imbandita.