Perfetti Sconosciuti

A tavola con… Perfetti Sconosciuti

Se normalmente l’espediente della tavola serve al cinema per ridisegnare i rapporti tra alcuni personaggi, in Perfetti Sconosciuti è l’intera narrazione ad essere costruita attorno ad una cena tra amici, scenario dai dialoghi efficaci in cui le identità che ci vengono presentate tremano a tal punto di sfiorare l’abisso.

 

Secondo una valida scrittura corale, il film passa da commedia a tragedia, transitando più volte da quello stile drammatico che ci svela una serie di segreti spiazzanti. Sulla tavola – letteralmente – ci sono gli smartphone di tutti i protagonisti, una sorta di apri porta per le loro reali esistenze. È proprio grazie ad un susseguirsi di messaggi e telefonate letti a voce alta che inizia ad intravedersi una verità sempre più grande, che manderà in frantumi l’idillio dell’amicizia per poi ricomporlo subito dopo con un più tranquillo finale alternativo.
Nel tempo, la commedia in quanto genere ci ha suggerito una visione del cibo particolarmente lineare, secondo cui chi prepara il cibo che mette in tavola lo usa per farsi bella agli occhi degli altri, mentre in maniera un po’ diversa, chi invita una lei al ristorante costruisce la conversazione (e a volte il proprio carisma) seguendo il menù e le portate.

In Perfetti Sconosciuti ci troviamo chiaramente nella prima situazione: è Eva, interpretata da Kasia Smutniak, a preparare la cena e ad organizzare la serata tra amici a casa sua, e nel corso del film la si scopre probabilmente la più debole tra tutti almeno sul piano emotivo. Già la sua presentazione al pubblico avviene, mentre cucina, nel corso di un dialogo con il marito, in cui si mostra sconfitta dal rapporto con la figlia adolescente, mentre più avanti, quando accoglie gli amici in cucina e fa gli onori di casa, rivelerà il motivo esatto del litigio con la ragazza. La sua situazione personale sarà probabilmente quella che risentirà maggiormente del disvelarsi dei fatti: da cuoca a promotrice del gioco degli smartphone durante la cena, Eva si scopre, attraverso i vari piatti, doppiamente tradita dai fatti avvenuti durante la cena, nonostante abbia cercato di mantenere alto il livello della conversazione e l’immagine di sè.

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Ma in quanto commedia brillante, Perfetti Sconosciuti recupera la risata liberatoria dello stile italiano eliminando autorità e potere a vantaggio di una soluzione più vicina all’eccesso, in altre parole più orientata verso un repentino cambio dello status quo. Proprio l’uso ludico, leggero e spensierato dei cellulari è infatti indispensabile per giustificare la facilità con cui ciascuno dei personaggi affida ad un piccolo oggetto di metallo le storie inconfessabili della propria vita.Fa sorridere allora, se non proprio ridere di gusto, la semplicità con qui questi “giochi” vengono smascherati nell’arco della cena, durante un susseguirsi di portate che è anche e soprattutto un regolare andare a fondo nella verità, esattamente come si fa quando dalla prima portata si fa verso l’ultima.

Ancora e soprattutto in quanto commedia, sulla tavola di Perfetti Sconosciuti si assaporano i difetti dell’italiano medio e l’inevitabile scontro sociale che deriva dall’essere se stessi, senza filtri e senza racconti alterati. La non riuscita della cena, che si incrina a due terzi della durata del film e si interrompe subito dopo, è decisiva per le sorti dei sette amici che, tra disparità di vedute sull’omosessualità e vicinanze un po’ troppo intime lasciano allo spettatore tutto il sapore antropologico della vicenda rappresentata. Tra involtini, verdure e grissini sono i volti dell’Italia contemporanea ad essere ostentati: persone che tra difetti e abitudini discutibili rivelano mentalità e comportamenti di oggi, completamente immersi in un contesto che si sposa benissimo con l’uso dello smarthphone, e cioè una cena tra amici.


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